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13/10/2009

Crescono i dubbi sull'offensiva del Pdl contro il Quirinale
di Massimo Franco - da Corriere della Sera


Passo dopo passo, si comincia a capire che la polemica del centrodestra nei confronti di Giorgio Napolitano ha il flato corto. Una cosa è sostenere Silvio Berlusconi; incitarlo ad andare avanti; e prendere le distanze da quanti stanno cercando di delegittimare lui ed il suo governo. Un'altra è seguire l'offensiva virulenta contro il presidente della Repubblica della stampa vicina al premier. Attraverso il silenzio, o con semplici distinguo, si intuisce che una parte dell'universo moderato disapprova i toni usati con il Quirinale. L'invito a proteggere Napolitano «perché rispettando lui rispettiamo l'Italia», ribadito ieri dai vertici di Confindustria, fa riflettere. Anche perché il presidente Emma Marcegaglia l'ha ripetuto per la seconda volta in tre giorni: e ieri davanti al presidente del Consiglio e ad una platea di imprenditori a Monza.

Nonostante i complimenti e la proposta pubblica di essere la sua vice a Palazzo Chigi, Berlusconi è stato costretto a difendersi; a protestare perché «non si può mettere sullo stesso piano chi attacca e chi ha attaccato». Il capo del governo si riferiva a quella «frangia militarizzata di magistratura» che, dice, lo attacca da 15 anni; e che insieme alla stampa d'opposizione sarebbe responsabile di una sorta di campagna «anti-italiana» all'estero. Ma il messaggio confindustriale punta diritto sul conflitto istituzionale che, seppure larvato, Palazzo Chigi sembra evocare ad intermittenza contro il Quirinale; e che viene osservato con crescente preoccupazione. Anche perché il capo dello Stato ha deciso di fermarlo con un altolà.

La nota con la quale ieri ha smentito «patti» per far passare il «Lodo Alfano» è gonfia di irritazione. E risponde ai sospetti ed alle insinuazioni di alcuni settori berlusconiani sul ruolo presidenziale nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti alla sentenza. Napolitano fa sapere che oltre ad essere «falsa», una tesi del genere è anche inverosimile. La promulgazione di una legge da parte del presidente della Repubblica non garantisce in sé che la Consulta la approvi: esiste un rispetto per l'indipendenza dei giudici costituzionali «doveroso per tutti». E una precisazione che mira a ristabilire, insieme con la verità, la divisione dei ruoli e delle responsabilità.

Non significa rinnegare le consultazioni fra il Colle ed i ministeri, quando si tratta di approvare provvedimenti particolarmente delicati. E infatti, Napolitano le rivendica come una prassi corretta ed anzi utile. Nello stesso centrodestra, la Lega ma anche il capogruppo al Senato del Pd, Maurizio Gasparri, parla di un Quirinale «vittima» della Corte: segno come minimo che la coalizione governativa non ha ancora chiarito a se stessa quale linea tenere; e soprattutto, quale prevarrà alla fine. Alcune indiscrezioni filtrate ieri dalla Consulta sull'interpretazione autentica della bocciatura del «Lodo» danno un sostegno ufficioso al «no» della Consulta; e, suonando come una difesa o una giustificazione della decisione dei giudici, rischiano di alimentare nuove polemiche. Ma, appunto, sulla Consulta e non su Napolitano.

La sensazione è che i margini per attaccare il capo dello Stato siano esigui politicamente; e ristretti ancora di più dal comportamento equilibrato e «super partes» che ha mantenuto anche nei momenti più difficili. L'idea di schiacciare Napolitano bollandolo come uomo della sinistra non sembra destinata ad un grande successo: anche se adesso Antonio Di Pietro interrompe il martellamento contro di lui. Non che sia pentito delle accuse rivolte al Colle nelle ultime settimane: quelle dello «scudo fiscale» e poi del «Lodo Alfano». Semplicemente, Di Pietro teorizza l'unità delle opposizioni «prima che il fascismo torni». Tesi opinabile; e difficile da realizzare. E infatti, difficilmente andrà come nel dicembre 1994, quando il primo governo Berlusconi cadde perché la Lega si sfilò dalla coalizione di centrodestra. Altri tempi. Altre maggioranze. E chissà, forse anche altro Quirinale.




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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

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