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12/10/2009

Il trionfo di Rosy Bindi
di Filippo Ceccarelli - da La Repubblica


Sventolio di magliette con motto di Rosy Bindi sulla collina Toyota: dalla cui sommità, come uno sperone roccioso sospeso sugli svincoli del Raccordo Anulare, si erge l'hotel Marriot. Cortocircuito congressuale fra eucaliptus e salici piangenti, reti, pozzanghere e pullman. Tre cani randagi che prendono il sole sul greto erboso. Via Kiicyro Toyoda, l'Agnelli del Sol levante, che su questa landa periferica edificata da costruttori sadici con l'incoraggiamento degli amministratori del centrosinistra vede sorgere il Centro direzionaleAlitalia, un grande capannone di vendita e assistenzaToyota, appunto, e un albergo da convention. Corto circuito contabile, dunque: quanti voti potrebbe acchiappare Rosy Bindi alle primarie del 25 ottobre?

Molti, moltissimi voti, a giudicare dalle feste, dai baci affettuosi e dalle grate strette di mano che la Bindi riceve nell'atrio del Marriot; e poi dall'ovazione in sala, spontanea e spassionata, quando la Finocchiaro, uscendo «fuori traccia», ricorda «quelle sette parole» con cui l'altra sera, alzando il capo davanti alle telecamere di Porta a porta, con ferma eleganza e rara autenticità ha messo a posto Silvio Berlusconi - chiamandolo addirittura, e giustamente, «signor presidente».

Di qui l'indumento celebrativo: t-shirt grigia con su scritto «Non sono un donna a sua disposizione», frutto di un accesso pop di Sandra Zampa e comunque indossata con allegria dalla portavoce bindiana, Chiara Rinaldini, e con dedizione dalla senatrice proto-ulivista Marina Magistrelli, sul palco.

Ecco. Sarà una boutade, sarà un'ideaccia, sarà una distrazione o una provocazione: ma oggi come oggi il sospetto è che di voti Rosy Bindi potrebbe forse prenderne più di quanti ne toccheranno a ciascuno dei tre candidati ufficiali e comprensibilmente stremati, ma un po' anche già consumati da un sistema mediatico che si stufa subito e premia la velocità delle immagini, l'emozione istantanea, l'indizio, la sorpresa.

Congruo ritardo dei big, odore di caffè, rumore di tazzine nell'atrio, ricerca di delegati dispersi su impervi svincoli autostradali nel triangolo delle Bermuda Magliana-Pisana-Fiumicino; quindi adempimenti rituali, Fratelli d'Italia, lo canticchia solo Franceschini, saluto al presidente Napolitano, minuto di silenzio per la tragedia di Messina, proclamazione dei risultati da parte del compagno Migliavacca, rappresentante ultimo dell'eccelsa tradizione burocratico-notarile del Pci. Poi lungo messaggio di Prodi, e stringatissimo di Veltroni. Infine apoteosi della Bindi e suo visibile ringraziamento su maxi schermo: occhi vispi, timidi, però anche un po' birbanti, per un attimo le viene un curioso saluto a mani giunte, come in India, vagamente hippy.

Memorie, frammenti di storia, possibili esiti. Viene in mente l'autunno del 2007, quando Rosy si presentò da sola (ottenendo il 12 e rotti per cento) alle primarie che portarono alla segreteria di Veltroni. Ma anche lo scorso inverno, quando dopo le dimissioni si trattò di trovare un sostituto e allora si fece avanti Franceschini, per un mandato a termine. Ricorda oggi Rosy: «Se allora me l'avessero chiesto...». E sì, se in quella stralunata assemblea gliel'avessero chiesto, tutti, «io l'avrei anche fatto». Non è certo il tipo di personaggio che si tira indietro. In caso di vittoria di Bersani, che per lei resta «un omo», detto ammirevolmente alla toscana, e nell'ipotesi di un reiterato diniego da parte di Prodi, di sicuro non si tirerebbe indietro rispetto all'ipotesi di diventare presidente del Pd. Ticket ufficioso a data da destinarsi. Ma intanto nemmeno candidata.

Ecco che succede a un partito che fin dalla nascita ha smarrito il suo tempo, disponendo di un breve, già tempestoso passato alle spalle e di un futuro a rischio di controversie, impicci e scissioni che ieri strisciavano rasenti alla moquette nella sala del Marriot. Tre soliti maschi e una donna che l'altra sera ha dato una bella prova di dignità non solo al Cavaliere, ma anche agli aspiranti leader del Pd.

Lì dentro il potere degli uomini comincia a essere così scontato da risultare prevedibile. Da un lato il riformismo compilativo di Bersani, in giacca e cravatta: ottima cosa, ma estenuante, troppa carne al fuoco per una decorosa cottura. Dall'altro i turbo-fremiti di Franceschini, in camicia e cravatta, il cuore, il sudore, il Piave, gli operai sulle gru, i precari sui tetti, «mettiamo in campo questo» e «mettiamo in campo» quello: tutto giusto, anche se poi resta il dubbio che slitti un po' nella retorica. In mezzo il professor Marino, descamisado: bel discorso il suo, forse l'unico all'altezza dei tempi. Eppure, le spericolate citazioni, dal Che al cardinal Martini, davano ieri la più netta impressione di un ex estraneo che ci ha preso gusto.

Ai limiti della noia appare al giorno d'oggi la politica maschile. Stai a vedere che s'è cominciato a capire osservando una maglietta parlante alle pendici della collina Toyota.




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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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