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21/7/2009

Quando il potere è senza maschera
di Michela Marzano - da La Repubblica


Nel famoso romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, il giovane Dorian fa un patto col diavolo e si illude di poter attraversare indenne il tempo che passa. Incarnando il proprio ritratto, si trasforma in un'icona perfetta e intangibile. Ma quando scopre che il ritratto invecchia al suo posto e porta su di sé i segni delle turpitudini commesse, perde la testa e cerca di distruggerlo. Dopo essersi nascosto per anni dietro un'immagine impeccabile e luccicante come una fotografia ritoccata, non è forse, oggi, lo stesso Berlusconi, come l'eroe di Oscar Wilde, a trovarsi di fronte a uno specchio che gli rinvia una realtà inaccettabile?

È questo il punto cruciale dell' attuale polemica sulla verità e le menzogne che circondano la storia di Noemi, delle veline in politica e delle escort a Palazzo Grazioli. Al di là degli aneddoti e del gossip, infatti, tutto ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Italia è sintomatico della crisi di un sistema che, per anni, ha (con successo) rifiutato la realtà; un sistema che si è trincerato dietro al ritratto perfetto di un'Italia che non esiste; un sistema che si è nascosto dietro il corpo-maschera di un uomo che ha costruito una bella fiction fondata sulla commistione tra la sfera pubblica e la vita privata e che comincia, ormai, a mostrare le prime crepe.

Berlusconi, il vincente, l'uomo più amato dagli italiani, il bravo imprenditore che impone il proprio carisma di self made man, che è capace di realizzare tutto ciò che i suoi avversari non hanno mai osato o saputo intraprendere e che ha progressivamente trasformato il dibattito pubblico in un grandioso talk show, è oggi di fronte al proprio ritratto e cerca di allontanarsene disgustato. "Io frequenterei delle diciassettenni? È una cosa che non posso sopportare" dichiara in maggio alla Stampa.

Ormai gli italiani lo sanno o fanno consapevolmente finta di non saperlo. Berlusconi ha mentito e continua a mentire, dopo aver cercato di difendersi parlando di diritto alla privacy e di complotto nazionale fomentato dai media. In fondo, ciò che accade, è semplice. Semplice e tragico al tempo stesso. Berlusconi è prigioniero di un meccanismo che ha lui stesso creato e dal quale non riesce più a uscire. Ma di quale meccanismo si tratta? A partire dagli anni Novanta, Berlusconi si impone utilizzando una retorica anti-politica e anti-culturale, trasformandosi in oggetto di culto: un corpo perfettamente controllato e capace di incarnare il trittico "sport, televisione, impresa"; un corpo che deve mostrare, gesticolare, acclamare, stupire; un corpo che non ha più nulla da dire al di là di quello che appare, perché la parola non ha più alcun valore, se non quello di rinviare a un pensiero o a una riflessione che annoia e che non ha più nessuno spazio su una scena saturata dalle icone del successo.

È per questo che, quando qualcuno interroga il leader sui suoi lifting, sui trapianti di capelli o ancora sulle diete, Berlusconi non solo rivendica le trasformazioni corporali come un diritto, ma ne parla addirittura in termini di dovere: il dovere di rappresentare degnamente il proprio paese. È all'interno di questo grandioso spettacolo - che mette in scena l'immagine-icona perfetta dell'uomo che "riesce in tutto" - che si inseriscono (naturalmente) anche le donne, loro stesse ridotte a un corpo immagine, bambole perfette e sottomesse che non possono che cedere davanti al "fascino indiscreto" della perfezione e del successo.

La vita privata di Berlusconi, esposta al supermercato delle immagini del suo corpo inossidabile e delle sue conquiste femminili, diventa allora uno dei suoi principali argomenti politici: tutto gira intorno all'importanza della trasparenza (non tanto la trasparenza dell'agire, ma la trasparenza dell'essere: io sono quello che mostro; io sono il mio corpo impeccabile circondato di bamboline). È il trionfo della società dello spettacolo, come nemmeno Guy Debord avrebbe potuto immaginare: una società in cui l'ammirazione incondizionata per l'"icona Berlusconi" esprime perfettamente il desiderio inconsapevole della gente di non sapere ciò che accade realmente e di sognare, accanto al proprio eroe, di diventare lei stessa protagonista di una fiction televisiva!

Perché stupirsi allora della reazione del nostro presidente del Consiglio, delle sua ambiguitàe delle menzogne che si accumulano, quando questo mondo di cartapesta comincia a mostrare le prime crepe, quando la realtà infine appare e il mito rischia di crollare? Non sono d'altronde proprio le menzogne che hanno permesso allo spettacolo di sostituirsi alla realtà? Come osservava Hannah Arendt in un suo famoso testo, Dalla menzogna alla violenza, ciò che contraddistingue la verità è il fatto che il suo contrario non è l' errore, né l'illusione, ma la menzogna. Un bugiardo dice "ciò che non è" perché vorrebbe che le cose fossero diverse da come sono. Il suo scopo è cambiare radicalmente il mondo. È per questo che si avvale di quella misteriosa capacità umana che ci permette di dire che "il sole splende" anche quando fuori piove a dirotto. Nel momento in cui tutto è immagine e spettacolo, le menzogne fanno parte del copione. Ne sono un elemento centrale per far sì che tutto torni.

Ma è possibile dire la verità in politica? La politica, da sempre, non è proprio l'arte di mentire con prudenza (Machiavelli docet) per costruire il consenso e ottenere e mantenere il potere? Come conciliare potere e verità? In realtà, affinché il discorso politico sia sincero non c'è bisogno di dire sempre "tutta" la verità. Basterebbe non ricorrere sistematicamente alle menzogne e accontentarsi di non dire "ciò che non è", senza pretendere la trasparenza. È il solo modo per creare uno spazio appropriato per "dire", per "ascoltare" ciò che viene detto, per "chiedere" ciò che è opportuno chiedere, per aiutare a "pensare"...

È per questo che bisogna fare attenzione a non confondere "verità" e "trasparenza", come aveva già spiegato Kant, dopo aver fatto della verità un dovere morale: se l'essere umano non deve mentire, talvolta può non dire tutto e avere per sé dei segreti. La discrezione è a volte un modo per rispettare gli altri, migliore della completa e totale trasparenza. Ma Berlusconi ha voluto giocare la carta della trasparenza. A tal punto da sgretolare ogni barriera esistente tra la sfera pubblica e la sfera privata. È lui che, volontariamente, facendo del suo corpo e della sua vita privata l'argomento centrale della sua "retorica di verità", ha fatto credere che si dovesse cambiare il modo di far politica, dimenticando (involontariamente, lo speriamo tutti) non solo la lezione dei grandi filosofi dell'Illuminismo (Locke, Montesquieu, Kant), ma anche la recente storia italiana che, sotto il fascismo, distruggendo ogni separazione esistente tra pubblico e privato aveva permesso l'emergenza del totalitarismo.

Certo, sotto il fascismo, il pubblico invadeva il privato. Sotto Berlusconi, è il privato che ha invaso la scena pubblica. La vita privata, adeguatamente trasformata in fiction, ha fatto irruzione sulla scena pubblica deviando l'attenzione dai problemi del paese, svuotando il discorso politico di ogni riferimento ai valori democratici: il rispetto, la libertà, la solidarietà, l'uguaglianza... Oggi - è qui tutto il paradosso delle attuali vicissitudini del nostro presidente del Consiglio - è proprio la vita privata che tradisce Berlusconi. La realtà si impone di nuovo. E le menzogne non riescono più a nascondere i difetti di un copione costruito sull'apparenza e le luci del palcoscenico. È forse arrivato il momento per gli italiani di aprire gli occhi. Ma, a differenza di Dorian Gray, saranno capaci di sopportare veramente la visione della realtà e trarne le dovute conseguenze?


L' autrice è docente di filosofia alla Università di Parigi Descartes




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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

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