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11/6/2009

Intrigo digitale
di Alessandro Gilioli - da L'Espresso


Ma se avessimo votato a fine giugno, che cosa avrebbero scritto sulla scheda quelle centinaia di migliaia di anziani del Lazio che stanno per veder sparire nel nulla due dei loro canali preferiti, Raidue e Retequattro?

Fantapolitica, naturalmente. L'unica cosa certa è che il mitico 'switch over', cioè la prima fase del passaggio dalla tivù analogica al decantato digitale terrestre, sta arrivando al banco di prova: dopo gli esordi in Val d'Aosta, Sardegna e parte del Piemonte, il 16 giugno tocca alla capitale e ad altri 157 comuni del Lazio, con quasi cinque milioni di telespettatori coinvolti. Per ora il salto riguarda solo i due canali citati - gli altri traslocheranno in autunno, ad andar bene - ma nonostante le molte campagne informative è facile prevedere che grande sarà il disordine sotto le antenne: dove il passaggio è già avvenuto i vari numeri verdi sono andati in tilt per la mole di errori e proteste.

Del resto il 69 per cento dei teleutenti italiani non ha mai usato il digitale terreste prima d'oggi (dato Auditel), ma da domani si troverà ad averci a che fare per forza o quasi. E la rivoluzione obbligatoria è in gran parte a carico dei consumatori-contribuenti, dall'acquisto del decoder (o di una tivù nuova) fino alla chiamata dell'antennista per sistemare la ricezione. Ci sono aiuti solo agli over 65 con redditi sotto i 10 mila euro lordi l'anno e in regola con il canone Rai, insomma pochini. Alle uscite dirette bisogna poi aggiungere quelle indirette, tipo i 700 milioni stanziati dalla Rai - e tratti anche dal canone - per adeguarsi alla nuova piattaforma, più la misteriosa ma ingente cifra di denaro pubblico (c'è chi dice un miliardo di euro) generosamente offerta negli anni dallo Stato per incentivare l'acquisto dei decoder e per le campagne pubblicitarie.

Ancora: per i consumatori aumenterà la bolletta elettrica (in media 20-25 euro l'anno a famiglia) perché quasi tutti i decoder sono studiati per rimanere in stand by e si spengono veramente solo staccando la spina. In più c'è l'impiccio di un nuovo telecomando in salotto: niente di grave, ma c'è chi ci metterà un po' ad abituarsi. Infine, bisogna sperare che l'estate non porti temporali e grandinate, perché in caso di maltempo con i ripetitori attuali la possibilità di non vedere più nulla è alta.

Ma ciò che sta accadendo alla nostra tivù trascende i costi e i fastidi per le famiglie, per quanto sgradevoli questi siano. Quella che si sta giocando è infatti una gigantesca partita economica e politica il cui risultato si vedrà solo tra due o tre anni, quando il passaggio al digitale sarà (forse) completato e si avrà un'idea più chiara di vinti e vincitori.

La battaglia vede due grandi antagonisti: da una parte la famiglia Berlusconi e dall'altra Rupert Murdoch, proprietario di Sky. Mediaset, si sa, è la più attiva vessillifera del digitale terrestre: con il nuovo sistema infatti raddoppia i suoi canali gratuiti (da tre a sei) e introduce al grande pubblico quelli a pagamento. Questi ultimi fanno parecchio gola all'azienda di Milano 2: quando tutti gli italiani avranno in casa il nuovo decoder sarà molto più facile per Mediaset sottrarre a Murdoch gli appassionati di calcio, quelli che hanno portato quasi 5 milioni di abbonamenti a Sky. Infatti se Sky ha i diritti per il calcio sul satellite, Mediaset possiede quelli per il digitale terrestre, e al contrario di Murdoch propone vendite 'sfuse' di partite (quindi a un costo basso) anziché pacchetti completi.

Naturalmente questo progetto può andare a buon fine per Mediaset solo se, una volta oscurato l'analogico, gli italiani decidono di passare al digitale terrestre invece di abbonarsi a Sky e vedersi lì tutti i canali esistenti via satellite. Per questo a Mediaset hanno messo in atto una strategia a tenaglia da realizzare grazie al fatto che il proprietario di Mediaset è anche presidente del Consiglio. Prima il governo ha raddoppiato l'Iva sugli abbonamenti alle pay tv, quindi soprattutto a Sky (nel digitale terrestre si può entrare free, salvo pagare poi i singoli eventi). Dopodiché la tivù di Stato si è incredibilmente alleata con Mediaset per creare un consorzio anti Sky, con un pacchetto satellitare comune in concorrenza con quello di Murdoch. Infine, ultima chicca, la Rai ha deciso di boicottare Sky minacciando l'uscita dal suo pacchetto satellitare: e se un domani con il padellone di Sky non si vedessero più i canali di viale Mazzini, è ovvio che gli abbonamenti alla tivù di Murdoch crollerebbero.

Il paradosso è che uscendo dal telecomando di Sky anche la Rai ci perderebbe parecchio, sia in termini economici (450 milioni per sette anni), sia in termini di audience e di pubblicità (circa il 13 per cento dei telespettatori Rai guarda la tivù di Stato attraverso la parabola Sky). E allora, perché lo fa? La risposta è semplice: per procurare un danno a Sky, riducendo drasticamente l'appeal delle tivù di Murdoch. Un caso da manuale di conflitto d'interessi, con cui il padrone di Mediaset riesce, grazie al controllo della tivù pubblica, a danneggiare in un solo colpo i suoi due concorrenti, Rai e Sky.

Peccato che a essere colpiti saranno soprattutto i 4,8 milioni di italiani abbonati a Sky, che per guardare la Rai sarebbero costretti a comprare un secondo decoder (o quello del digitale terrestre o quello della piattaforma Tivusat). E al danno si aggiunge la beffa: chi resterà con Sky anche senza la Rai, dovrà comunque pagare il canone alla tivù di Stato. In pratica, sarà costretto a finanziare un'emittente che non può vedere.

In tutto questo si inseriscono le infinite campagne istituzionali per il passaggio al digitale terrestre, cosa che non è mai stata fatta per stimolare la diffusione dei programmi satellitari. L'aspetto curioso è che queste campagne sono state realizzate con nobili motivazioni - come la modernizzazione del Paese - che tuttavia paiono un po' temerarie se si mettono a confronto le due tecnologie digitali, quella terrestre e quella satellitare. Quest'ultima, per esempio, garantisce una copertura completa del territorio, mentre in un paese montuoso come l'Italia il segnale del digitale terrestre non arriverà mai dappertutto.

Per provare a diffonderlo il più possibile ci sarà quindi un incremento notevole di tralicci ad alto impatto dal punto di vista sia paesaggistico sia elettromagnetico, e dannose sotto l'aspetto dei consumi (richiedono molta elettricità). Al contrario, il satellite geostazionario una volta lanciato non si vede, non inquina e la 'padella' consuma quasi niente.

Anche da un punto di vista della qualità del segnale ci sono differenze: il satellite infatti può emettere molti più canali in alta definizione, mentre la banda del digitale terrestre in Hd è decisamente limitata. Ad esempio, con il digitale terrestre non si potrebbero trasmettere contemporaneamente tutte le partite del campionato di calcio di cui due in alta definizione, come fa Sky.

Per quanto riguarda infine l'interattività, altro cavallo di battaglia di chi ha lanciato il digitale terrestre, con la piattaforma cara a Mediaset questa sarà minima e mai competitiva con quella di Internet per gli usi propagandati fin qui, tipo lo snellimento della burocrazia. Tutt'al più potrà servire al canale di Berlusconi, Media Shopping, per vendere cyclette e frullatori.

Nonostante tutto questo, il governo ci spinge a scegliere il digitale terrestre. E a questo attacco congiunto di esecutivo, Mediaset e Rai, come reagisce l'azienda di Murdoch? Male, per ora. Dopo anni di crescita, gli abbonamenti si sono fermati: in via Salaria attribuiscono la frenata al raddoppio dell'Iva, arrivato in piena recessione, ma anche la prospettiva di 'dover' passare presto al digitale terrestre - con un nuovo decoder - ha disincentivato le sottoscrizioni alla tivù satellitare. Per limitare i danni gli uomini di Murdoch si sono inventati una nuova rete più generalista, Skyuno, che però non ha fatto grandi numeri.

Così l'uomo forte di Murdoch in Italia, il neozelandese Tom Mockridge, ha deciso di aumentare a 14 canali l'offerta in alta definizione (in estate arriveranno anche le prime serie televisive in Hd), una tecnologia su cui Rai e Mediaset sono ancora indietro. Molti italiani infatti hanno ormai televisori con l'alta definizione, e chi ha provato a vedere in Hd una partita o un documentario ha apprezzato la differenza di qualità. In via Salaria sperano di incassarne i primi veri risultati tra un anno, quando Sky trasmetterà in alta definizione i Mondiali di calcio, di cui ha i diritti completi (la Rai trasmetterà solo alcune partite, e nessuna in Hd).

In questo scontro tra potenti dell'etere - il Cavaliere di Arcore con il digitale terrestre contro lo Squalo australiano con le parabole - c'è però una variabile da tenere in considerazione, cioè la crescita della tivù via Internet o Iptv, che per molti è il futuro del broadcasting perché consente un'interattività reale e offre programmi on demand (su richiesta dell'utente, all'ora che vuole ).

Qui entrano in gioco i gestori telefonici - Telecom, Wind e Fastweb - che si sono riuniti nell'Associazione italiana operatori Iptv con la speranza di portare verso la tivù via Web una fetta dei teleutenti orfani dell'analogico. L'ostacolo principale, per ora, è la carenza italiana di banda larga, indispensabile per ricevere bene il segnale. Ma anche se di nicchia, il segmento cresce in fretta, specie da quando Telecom ha deciso di far provare gratis il decoder a chi si abbona alla sua Adsl. Così ora, tra Telecom, Fastweb e Wind, gli italiani che guardano la tivù via Internet hanno superato la soglia del mezzo milione, ancora pochi, ma più del doppio rispetto a un anno fa.

E la cifra crescerebbe ancora se la gente sapesse che dopo la fine dell'analogico l'alternativa non dev'essere per forza tra digitale terrestre e satellitare, visto che con il decoder ibrido dell'Iptv si vedono tutti i canali di Sky, di Rai e Mediaset, oltre a migliaia di contenuti propri dell'Iptv e fruibili on demand: film, spettacoli, documentari, cartoon. Nei paesi dove l'hanno scoperto, come la Francia, gli utenti della tivù via Rete sono già due milioni. Ma lì lo Stato ha incentivato il passaggio all'Iptv con un'Iva agevolata al 5 per cento. Da noi, dove il premier è il proprietario di un'azienda che punta tutto sul digitale terrestre, l'Iva sull'Iptv è stata appena portata dal 10 al 20 per cento.


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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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