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12/6/2009

Eccessi e pericoli
di Luigi Ferrarella - da Corriere della Sera


Arriva dal passato la tagliola della nuova legge sulle intercettazioni: il boomerang di anni di prassi giudiziarie e giornalistiche innegabilmente troppo rilassate ha spianato la strada alle «molte cose da rinnovare» nella normativa in materia, per usare l'espressione di Napolitano. Ma non poche norme in cantiere rischiano di stravolgere le altre «molte cose da difendere» evocate dal presidente quando spiega di voler esaminare bene il testo approvato dalla Camera.

«Con la nostra legge sulle intercettazioni non si rovinerà più la vita della gente», esulta il ministro della Giustizia, Alfano. Vero. Basta intendersi sulla vita di chi. Di certo, e solo per restare a uno dei tanti punti critici, la legge, nel vietare ai magistrati (tranne che per il reato di associazione mafiosa) di utilizzare la prova del reato B emersa nelle intercettazioni autorizzate nel processo per il reato A, non avrebbe «rovinato la vita» di molti imputati di omicidi (5 solo a contare processi di questi mesi in Calabria, Lombardia, Puglia, Campania e Sicilia): contro costoro non sarebbe stato più utilizzabile come prova l'ascolto in «diretta» del delitto, casualmente registrato allorché il killer per troppa foga aveva sfiorato il cellulare posto sotto intercettazione da tutt'altra indagine.

A chi questa norma avrebbe «rovinato la vita», piuttosto, andrebbe chiesto ai familiari delle tre guardie giurate uccise nel 1999 a Lecce in una rapina: gli assassini che li hanno lasciati vedove e orfani sono stati individuati e condannati all'ergastolo grazie alle confessioni di uno dei killer, rassegnatosi a «collaborare» solo dopo aver appreso che a incastrarlo per l'esecuzione di un rivale esisteva l'intercettazione casuale (in un'altra indagine) del suo telefono proprio mentre la vittima gli implorava pietà.

«Berlusconi ha fiuto - l'ha ieri appoggiato Umberto Bossi -, perché alla gente non piace essere ascoltata». Vero: ma in mezzo a quella «gente», a volte, capitano anche i criminali. Così come è ben dubbio che il modo migliore per togliere l'acqua ai tanti giornalisti che negli anni hanno fatto carta straccia della vita privata delle persone sia estendere ancor di più l'area del segreto e presidiarla sia con maxisanzioni a carico degli editori, che portano «il padrone in redazione», sia con la previsione del carcere per i giornalisti, che porta l'Italia fuori dall'Europa: quella Europa la cui Corte per i diritti dell'uomo di Strasburgo con la sentenza Dupuis nel 2007 ha condannato la Francia per aver sproporzionatamente ristretto la libertà di stampa sanzionando due giornalisti che avevano pubblicato atti coperti da segreto, e che con la sentenza Kydonis due mesi fa ha condannato la Grecia ritenendo incompatibili con la libertà di stampa norme che contemplino il carcere per i cronisti.




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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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