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21/4/2013

«Con noi in Parlamento gente inadeguata, gli errori di Pier Luigi sono iniziati lì»
di Sebastiano Messina - da La Repubblica


Onorevole Bindi, il Pd è nella bufera. Il segretario Bersani ha annunciato il suo ritiro, dopo che la candidatura di Prodi era stata impallinata da 101 franchi tiratori, e anche lei si è dimessa da presidente del partito. Perché?
«La mia lettera di dimissioni è del 10 aprile, ma il mio dissenso risale ad alcuni mesi fa, quando si è iniziato a "far girare la ruota", come dice Bersani».

Ovvero a rinnovare la rappresentanza parlamentare del partito. Non doveva cedere alla richiesta di "rottamare" gli esponenti più anziani?
«Che noi avessimo, e abbiamo bisogno tuttora, di un rinnovamento della classe dirigente, è fuori discussione. Che il modo per ottenere il risultato fosse quello che ha realizzato Bersani, mi ha trovato profondamente contraria da molto tempo. Ma soprattutto abbiamo portato in Parlamento, con le primarie, alcune persone che in questi giorni hanno dimostrato di non avere consapevolezza del proprio compito, in un momento in cui va rilanciato il ruolo del Parlamento. Abbiamo fatto un'operazione d'immagine, abbiamo ceduto con un atteggiamento un po' demagogico a questa richiesta del "tutti a casa". Perché io non credo che siamo tutti uguali. Non credo che portiamo tutti la stessa responsabilità di quello che è successo in questo Paese negli ultimi vent'anni».

A Bersani è stata rimproverata anche una campagna elettorale sbagliata. Lei cosa ne pensa?
«Semplicemente, che non è stata fatta. Un cittadino sapeva perché poteva votare Berlusconi, per la lettera sull'Imu. O perché votare Grillo, che ci mandava tutti a casa. Ma era molto difficile spiegare perché bisognava votare Bersani. Perché ha vinto le primarie con Renzi? Era un po' poco, per chi è senza lavoro, per chi ha chiuso un'azienda e non trova credito in una banca, o per un padre di famiglia disperato che sta scivolando verso la povertà. Un messaggio, uno solo, non c'era».

Dopo la non-vittoria tutto è stato più difficile, per il Pd. Non ha trovato una maggioranza per il governo del cambiamento, ed è finito sulle sabbie mobili della battaglia per il Quirinale. Con qualche passaggio che è rimasto, diciamo così, poco chiaro.
«Nella mia lettera di dimissioni io dico a Bersani esattamente questo. Non bisognava intrecciare la nascita del governo con la scelta del presidente. L'unico governo che il segretario del Pd può presiedere è un governo del cambiamento con una chiara maggioranza progressista. Ma non possiamo dare le chiavi di un governo guidato dal Pd nelle mani della destra, che decide quando e come staccare la spina. No, questo no».

È stato un errore insistere fino ad oggi sull'incarico a Bersani?
«Guardi, io ho approvato il suo tentativo. Ma al primo insulto dei grillini mi sarei fermato. E non avrei opposto resistenza al tentativo di Napolitano di formare il governo del presidente. Io credo che oggi l'unico esecutivo che il Pd può sostenere sia il governo di scopo del presidente, per fare le riforme, nel quale i partiti stanno un metro indietro».

Veniamo alla battaglia per il Quirinale. Il modo in cui Bersani ha gestito la candidatura di un fondatore del partito come Franco Marini ha lasciato sbalorditi molti militanti.
«Ma certo. Prima di proporre dei nomi al centrodestra bisognava verificare che quei nomi andassero bene anche in casa nostra. E infatti loro l'hanno votato, Marini. Noi no».

Lei l'ha votato?
«E certo che l'ho votato! Io ci ho litigato quando votava per Buttiglione segretario e poi l'ho convinto a cacciare Buttiglione e lui l'ha fatto. Ma non meritava assolutamente questo trattamento. È un uomo che ha fatto tanto per il centrosinistra, ci ha tenuto dentro i moderati. Ha fatto importanti battaglie per il lavoro. E tu lo sottoponi a 221 franchi tiratori, prendendoti la patente di inaffidabilità? Per non parlare di quello che è stato fatto con Prodi. Ma come, il presidente del partito, quello che ha battuto Berlusconi, un nome conosciuto in tutto il mondo, lo fai tornare dall'Africa e gli fai trovare 101 franchi tiratori nel suo partito?».

Perché non l'ha detto prima che non era d'accordo con Bersani?
«È dal giorno dell'assemblea che modificò lo statuto, a ottobre, che non sono più stata coinvolta nelle decisioni. Ho accompagnato con lealtà il percorso di Bersani, ma non posso sentirmi corresponsabile di ciò che non ho contribuito a decidere e che non ho condiviso».

Ma al segretario l'aveva manifestato il suo dissenso?
«Certo. A un certo punto lui mi ha detto che potevo legittimamente avere altre idee, ma la linea del partito era la sua».

Adesso cosa farà? Getta la spugna?
«Non ci penso nemmeno. Sono una combattente. In Calabria c'è tanto da fare. E poi vedrò se posso fare qualcosa per il partito».

Il Pd è morto, scrivono i giornali di destra. È così?
«No, il Pd si è progressivamente allontanato dal suo stampo ulivista, che per me è pluralità delle culture nel pensiero, nell'organizzazione, nella concezione della politica. E invece c'è stato un continuismo rispetto al Pci-Pds-Ds nella concezione del partito, del ruolo della classe dirigente e di quello del funzionariato. Non serve un accordo di potere tra le tradizioni politiche del riformismo italiano, serve una sintesi culturale, una capacità di andare oltre. Bisogna ricominciare daccapo».

 

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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

Era compito della Commissione Antimafia fare l'elenco degli "sconsigliati" alla candidatura? Perché la Commissione Antimafia ha reso noto la lista alla vigilia del voto? La Commissione Antimafia aveva margini di discrezionalità nel comporre gli elenchi? Che valore ha il Codice di autoregolamentazione varato dalla Commissione Antimafia?
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