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1/3/2013

La vera lezione di Benedetto
di Franco Monaco - da Europa


Sulle dimissioni del papa si sono spesi fiumi di inchiostro, abbiamo letto una valanga di commenti. Non tutti persuasivi. Non mi convincono quelli che tutto risolvono nei retroscena oggettivamente non edificanti della politica ecclesiastica, negli scandali, nelle rivalità, nei conflitti che hanno segnato il pontificato di papa Benedetto, specie nei suoi ultimi anni. Alludo evidentemente a pedofilia, lotte di potere, opacità della finanza vaticana. Intendiamoci: quei problemi esistono e danno il senso di una decadenza della Chiesa come istituzione e anche di alcuni suoi alti rappresentanti. Di più: non escludo che, sotto questo profilo, le dimissioni del papa possano essere intese anche come la presa d'atto di una propria insufficienza a fare argine al degrado e persino come confessione della propria sconfitta. E tuttavia non sta qui, a mio avviso, la sostanza.

Quel gesto, di cui più volte Ratzinger stesso ha rimarcato la «gravità» e che dunque non può essere banalizzato, proprio in ragione della sua consapevole eccezionalità, trascende e riscatta le motivazioni specifiche, le cause contingenti che possono avere concorso a determinarlo. È e resta un gesto di umiltà e di libertà, con una doppia valenza: spirituale e teologico-ecclesiale. Spirituale: come si è osservato da più parti, esso testimonia la convinzione che nessuna concreta persona, neppure la persona del papa, è indispensabile al bene della Chiesa. Che, sia chiaro, non può prescindere dal ministero petrino, ma nella consapevolezza della distinzione tra persona e istituzione. L'opposto del carismaticismo e dalla smodata sacralizzazione sino alla "papolatria" della persona che pro-tempore riveste tale funzione. Nonostante sia la funzione apicale.

Mi ha colpito la circostanza che papa Benedetto, nella sua ultima udienza pubblica, abbia voluto replicare alla infelice battuta dell'ex segretario del suo predecessore che si era spinto a sostenere che «non si può scendere dalla Croce», con chiaro riferimento al comportamento esattamente opposto di Wojtyla. Piuttosto un gesto che umanizza la figura del papa, che ce lo fa sentire vicino: come ogni persona comune, anch'egli invecchia, si fa debole, deve lasciare le responsabilità ad altri che possono perfettamente prendere il posto di ciascuno di noi.
Come quando ci pensioniamo. Né è necessario esagerare, celebrando quel gesto come atto di eroismo. Come virtuosa spoliazione dal potere. È naturale che il supremo rappresentante della Chiesa, la quale ci prescrive di vivere le nostre responsabilità con vero spirito di servizio, sappia staccare. La grandezza del gesto sta semmai proprio nella sua semplicità, nella sua corrispondenza alla sorte che tocca a ciascuno di noi, uomini come tutti. Ma, dicevo, quel gesto riveste anche un valore ecclesiologico: cioè un atto forte e quasi di rottura, che costringe ad interrogarsi sulla Chiesa e sulla sua esigenza di riforma.

In quale direzione? In sintesi, direi nel senso del Concilio, cioè di una Chiesa nella quale la dimensione comunionale fa premio su quella gerarchico-istituzionale e, a seguire, ove deve essere ripreso il tema della collegialità e della sinodalità, nonché delle forme - da ripensare - dell'esercizio del ministero pontificio e, ancora, del rapporto tra mezzi serventi e relativi, come la curia e le congregazioni, e le figure invece cardine della struttura costituzionale della Chiesa come il papa e i vescovi. Il papa con i vescovi. Una riforma della Chiesa che, come si conviene alla vera riforma, è un ritorno alle sorgenti: al Vangelo di Gesù e alla libertà, alla povertà, alla scioltezza della comunità apostolica e della Chiesa primitiva.

Ancora: un gesto, quello delle dimissioni, che, ben al di là delle pur innegabili brutture di certi ambienti ecclesiastici romani, rinvia ad altra e ben più grande questione: e cioè il dramma che affligge la Chiesa a fronte della sfida della modernità secolare, del suo agnosticismo e del suo disincanto. Quel dramma che si condensa nel celebre, radicale, apocalittico interrogativo del Vangelo di Luca: quando il Figlio dell'uomo ritornerà, alla fine dei tempi, troverà ancora traccia della fede sulla terra?

Qui, nella sfida di portata davvero ultimativa della possibilità stessa di credere dentro la modernità e di una riforma radicale della Chiesa in senso conciliare ed evangelico, sta la forza della lezione inscritta nelle dimissioni del papa. Qui, ancora, si riviene il paradosso di un pontefice che era sembrato ridimensionare la portata riformatrice del Concilio (si pensi alla disputa sull'ermeneutica del Concilio in continuità con la Tradizione) e che invece lascia con un atto che semmai porta all'estremo limite l'esigenza di riforma della Chiesa. Qui, infine, si può rilevare una curiosa convergenza, su ciò che conta di più, con un altro grande uomo di Chiesa come Martini, pure da lui diversissimo sul piano personale e della cultura teologica, che ha impegnato tutto il suo ministero nella direzione di una Chiesa restituita alle sue sorgenti evangeliche.

Una convergenza persino con la diagnosi e le parole dal sapore profetico e urticante - che hanno un po' irritato le gerarchie romane, le quali hanno deciso di darle per non udite - dell'ultimo Martini, quello che ammoniva sui limiti e sui secolari ritardi della Chiesa e sull'esigenza di un nuovo cominciamento. Quando egli addirittura suggerì al papa di alleggerirsi di certe ingombranti sovrastrutture ecclesiastiche e di ripartire come Gesù convocando intorno a sé un piccolo nucleo di apostoli possibilmente giovani, liberi, aperti al futuro e innamorati del Vangelo. Del resto, non è un caso che Martini non fece trascorrere un solo giorno dal compimento del suo settantacinquesimo anno per offrire al papa le proprie dimissioni da arcivescovo, quando ancora non era affetto dal Parkinson.

Dunque, non eroismo, non amara capitolazione, non fuga dalla Croce, ma gesto semplice, umile, libero, umanissimo e cristiano, che ci restituisce l'immagine di una Chiesa finalmente agli antipodi dalla logica del potere e degli onori, alleggerita da ogni orpello formale. Non una Chiesa sentenziosa che ad ogni problema dell'uomo sforna risposte preconfezionate, una sorta di agenzia etica saccente a guardia dei confini. Ma una Chiesa dedita a una spoglia testimonianza. La Chiesa di Gesù e di Francesco.    


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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

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