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19/10/2012

Classe dirigente e guerra fratricida
di Luigi Manconi - da Il Messaggero


Gerontocrazia vuol dire, alla lettera, governo dei vecchi: e segnala quel sistema di potere, non solo politico, dove le funzioni di comando e i ruoli d'autorità sono, e sono destinati a rimanere, nelle mani delle generazioni più anziane. Al di là di ogni dubbio, è questo connotato che qualifica in misura particolarmente rilevante l'organizzazione sociale e la vita istituzionale del nostro Paese. Prima ancora dell'analisi anagrafica della classe politica lo confermano i dati relativi alla composizione generazionale della docenza universitaria ma anche l'età non proprio verde dei componenti delle magistrature e del ceto manageriale pubblico.

Il fenomeno, tuttavia, risulta più evidente nella sfera politica, sia perché si tratta del segmento più esposto e visibile della nostra società, sia perché l'età avanzata di quella classe dirigente sembra corrispondere, in maniera plastica, a una condizione senescente delle istituzioni che governa. Insomma, la vecchiaia dei rappresentanti politici sembra coincidere con la rovinosa decadenza della sfera pubblica. Tutto ciò per dire che un autentico sommovimento demografico, che porti a un rapido e radicale «ringiovanimento» delle élite politiche, a tutti i livelli, non è solo auspicabile, ma è indispensabile e urgente.

È quanto si manifesta in una parte del sistema politico, quella dove si trova il Partito democratico. Qui è in corso una vera e propria «lotta generazionale» che, in occasione della competizione per la premiership, si sta trasformando in una sorta di «guerra civile». In altre parole, la mobilitazione per il rinnovamento delle rappresentanze politiche e la battaglia per la successione, stanno assumendo i toni di un conflitto personalizzato, che sembra occultare il confronto delle idee e dei programmi, a tutto vantaggio di una guerriglia interna, dove prevalgono gli interessi di gruppo e le ambizioni individuali.

Tutto ciò è, in buona parte, inevitabile e segno di grande vitalità (si pensi al torpore quasi letargico che domina in altri partiti). Dunque non c'è da scandalizzarsi: la rivoluzione (anche quella generazionale) non è un pranzo di gala e «se vuoi fare la frittata, devi romper le uova», e così via filosofeggiando. E, tuttavia, alcuni elementi di questo scenario bellico fanno riflettere. Nella critica spietata contro il vecchio gruppo dirigente del Pd si è fatto riferimento a quella componente di esso che -per antichissima derivazione dal Pci e per una certa sua longevità - si presta a essere descritto come una specie di «nomenclatura sovietica». Ma, il metodo per combatterla, questa stessa nomenclatura, può apparire, esso sì, come ricavato dalla tradizione delle guerre interne al partito comunista dell'Unione Sovietica. Ovvero, massima personalizzazione della figura dell'avversario, denigrazione del suo curriculum, cancellazione del suo volto dalle foto di gruppo.

Qualche giorno fa sull'Unità Michele Prospero ha definito assai severamente («fascistoide») la pratica della «rottamazione» e quella stessa parola. Grande scandalo, eppure Prospero qualche ragione ce l'ha. Rottamazione, slogan indubbiamente efficacissimo, è di per sé oltraggioso, perché tende a trasformare l'avversario in cosa: non persona con idee diverse dalle tue ma oggetto da sottoporre, come un'automobile, all'opera di smantellamento. Non si tratta solo di una grossolanità linguistica: il processo di reificazione (riduzione a cosa) dell'avversario è una tentazione ricorrente della lotta politica quando essa si fa più aspra. Ciò permette di svalutare l'antagonista, di ridurlo all'errore o alla colpa che gli si attribuisce e di conseguenza di sanzionarlo più pesantemente. Infatti attraverso lui si intende combattere il Male.

Come si vede è inevitabile che una simile procedura più che svolgere un ruolo di emancipazione per le nuove leve e di incentivo per il rinnovamento finisca per assumere una funzione essenzialmente punitiva. È fatale, pertanto, che quella lotta politica tra «giovani» e «vecchi» - se pure di questo davvero si tratta - finisca col ricorrere a forme di riprovazione morale e di violenza verbale. Non più, cioè, una competizione tra idee e programmi, bensì qualcosa di molto simile a una pratica igienica, a una procedura di epurazione, a un rituale di moralizzazione. E non solo. Se la lotta generazionale è contro quei nomi e cognomi (Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Rosy Bindi...) per rimuoverli dalle loro posizioni e metterli a tacere, emerge un grave pericolo. Che si tratti di un'operazione nichilista di azzeramento della storia e della memoria, della cultura e della tradizione.

Sembra una roba tanto moderna e «à la page», perfino trendy e indubbiamente molto, ma molto eccitante. E tuttavia fallimentare. Basti pensare che lo stesso Pdl, partito «istantaneo» e post-moderno quale altri mai, ha cercato disperatamente una qualsivoglia tradizione cui rifarsi - e ha creduto di trovarla nei valori del cattolicesimo conservatore- per capire il rischio. Così come la classica frattura tra destra e sinistra si è profondamente ridefinita, diventando più incerta e mobile - ma è ancora viva e attiva in tutti i Paesi europei - anche il ruolo delle tradizioni culturali e politiche è radicalmente mutato ma non si è esaurito. Quelle tradizioni - dal socialismo riformista al cattolicesimo democratico, dall'esperienza dei radicali a quella degli ambientalisti - non rappresentano un passato morto e sepolto, bensì le radici di una storia comune e di un sistema di valori condiviso.

L'epurazione dei leader più anziani, per come finora è stata annunciata, sembra voler mutilare quelle culture delle quali sono, persino al di là dei loro meriti, espressione. Operazione tanto più temeraria perché proprio quell'attività di rottamazione, tutta concentrata su istanze punitive e su meccanismi di esclusione/sostituzione, non sembra capace di proporre una cultura alternativa a quelle di cui si proclama l'esaurimento. Pertanto, quella che si vorrebbe nuova classe dirigente rischia di misurarsi non su terreno del confronto, anche teso, tra idee e programmi diversi, non nella militanza sociale e nella mobilitazione collettiva, non nell'organizzazione di movimenti e nella guida di amministrazioni, bensì nella lotta politica interna. E questo può far sì che tutte le energie e le risorse si concentrino nella competizione domestica e nel conflitto intestino (contro i propri «fratelli») e non contro l'avversario esterno e contro il suo programma e la sua idea di società (contro il «potere nemico»).

Può verificarsi ancora quanto Umberto Saba scriveva già nel 1945: «Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia- da Roma ad oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio».

 




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31 Maggio 2015
Postato da Redazione

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